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domenica 26 marzo 2023

THE IMITATION GAME (2014) regia: Morten Tyldum, con Benedict Cumberbach, Keira Knightley, Matthew Goode recensione 2015

 Forse è giusto così. Forse serve un film come questo “The imitation game” per far raggiungere a una massa numerosa di persone la scoperta della vita di uno dei massimi geni del XXmo secolo (e forse dell’umanità), Alan Turing.

Forse possiamo passare sopra a tutti i manierismi, le semplificazioni, la melodrammaticità per essere raggiunti da una storia che è anche racconto di una serie di ingiustizie rivolte verso una persona davvero innocente, capace di fare del male solo a se stesso. Quindi assolviamo il film di Morten Tydlum senza riservagli alcun posto d’onore. “The imitation game”, tratto dalla biografia su Turing di Andrew Hodges, è incentrato su un particolare momento della vita del matematico padre del computer. Momento cruciale per vari motivi; l’invenzione della macchina per decrittare “Enigma”, l’apparecchio di crittazione di messaggi nazisti relativi alle azioni di guerra, che tanto sangue fece scorrere e tanto invulnerabili resero le forze del Fuhrer.

La stessa costruzione della macchina (soprannominata Christoper ma solo nel film, in realtà Turing la chiamava “La bombe”) come prototipo del calcolatore elettronico e le ragioni dell’identità sessuale dello scienziato, perseguitato e praticamente “suicidato” dalle leggi britanniche sull’omosessualità (qualcuno ricorda il film “Victim” di Basil Dearden?).

“The imitation game” è un film per i nostri tempi, perché contiene in sintesi un flashback sul passato di temi deflagrati nel XXImo secolo.
Scienza informatica,confronto tra intelligenza artificiale e umana,identità sessuale. Forse molti biopic escono nelle sale in certi determinati momenti storici proprio perché, coscienti o meno, rappresentano e interrogano il presente della loro realizzazione. “The imitation game” sfrutta una struttura a doppio flashback interno (il sogno di un sogno di un sogno), partendo dal presente (del film) in cui vediamo un’incursione di polizia nell’appartamento dello scienziato mentre questi sta ripulendo accuratamente il pavimento da del cianuro di potassio. Le forze dell’ordine sono lì per una segnalazione di un presunto furto ai danni di Turing, il quale però nega che ciò sia mai avvenuto.

Non corro rischi di spoiler dicendo che il cianuro di potassio che Turing sta pulendo dal tappeto è quello che, probabilmente, aveva inserito nella mela avvelenata per provocarsi la morte. Nel film ciò non si racconta; Turing, fanatico del film Disney “Biancaneve e i sette nani”, sembra aver scelto questo modo di andarsene in omaggio alla pellicola che tanto lo appassionava. In quel periodo lo scienziato aveva scelto, in alternativa alla detenzione per reato di sodomia, una cura alternativa alla pena, a base di estrogeni che gli stava devastando la psiche e l’organismo. L’incontro con l’ispettore di polizia che aveva raggiunto la sua casa e i seguenti dialoghi tra i due, sono il punto di partenza per raccontare una straordinaria storia relativa all’avventurosa soluzione del codice nazista, storia che fu obbligata al segreto militare durato 50 anni.

Ma non solo: abbiamo modo di saggiare un esempio del cosiddetto “test di Turing”, un complesso esame relativo alla possibilità di stabilire se un computer sia in grado di pensare o meno (sto naturalmente sintetizzando ai minimi termini). All’interno del primo flashback ne abbiamo un altro dove veniamo a conoscenza della giovinezza dello scienziato, il suo essere diverso (probabilmente aspergeriano), il rifiuto della violenza e le strategie per opporvisi, la relazione di amicizia che diventa amore verso il suo unico amico di college, Christopher appunto (un vero arbitrio melodrammatico questo, abbastanza imperdonabile).Una sceneggiatura di indubbia abilità, che tiene desta l’attenzione e che si avvale di una curatissima messinscena e di interpretazioni impeccabili. Prima tra tutte quella di Benedict Cumberbacht, nel ruolo del protagonista.

Cumberbacht, noto da noi soprattutto come protagonista della serie “Sherlock”, adattamento modernizzato del personaggio di Conan Doyle, è un eccellente attore e, fatalità, discendente al 17mo grado di Turing.

Accanto a lui una delle stelle al femminile del cinema odierno, Keira Knightley, che impersona Joan Clarke, assistente dello scienziato, selezionata attraverso un test pubblicato sul Times, un cruciverba e, inoltre, alter ego del genio; chiave di volta per un timido coming out e un confronto col femminile, che lo rende cosciente sia dei vantaggi della diversità (in generale) sia sulla possibilità di un piano più alto nelle relazioni tra persone.

Il film tratta materia complessa e ricca di svolte sicuramente avventurose, sebbene sia ambientato per gran parte in una baracca dove cinque cervelloni cercano di risolvere il crittogramma più difficile del mondo; la scelta narrativa si affida al richiamo (non sempre corretto) delle emozioni dello spettatore. Usa i mezzi del (melo)dramma per coinvolgerci e provare empatia per una persona che certamente qualche problema di empatia ce l’ha avuto. Pur con misura non si nega né di inscenare un genio stravagante, fuori dagli schemi e dai sentimenti, anche se la sua apparente sordità emotiva ha più di una ragion d’essere per l’esito della missione. Siamo in un prodotto di volgarizzazione che dà un colpo al cerchio e uno alla botte: da un lato si cerca il rigore, dall’altro lo si rimpolpa con gli effetti drammatici e compassionevoli, riducendo la complessità delle cose avvenute con i trucchio della suspense..

Il fine può giustificare i mezzi: probabilmente qualcuno andrà ad approfondire la figura di Turing e scoprirà che il suo “oggi” è disseminato delle tracce della sua esistenza e si avranno degli imput in più per allargare la propria comprensione del “diverso” nel pensiero e nelle scelte di vita. E proprio per questi motivi il film non va rigettano ma nemmeno osannato.



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