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martedì 23 maggio 2023

BEAU HA PAURA(Beau is afraid)(U.S.A., Canada, Finlandia 2023)Regia: Ari AsterCon: Joaquin Phoenix, Patti LuPone, Parker Posey


È uscito nelle sale il nuovo film di Ari Aster, uno dei registi contemporanei più ammirati e blasonati; un autore che con due film, “Hereditary” e “Midsommar” sembra stia riscrivendo le regole del nuovo horror, ampliandone i confini e rinnovandone il linguaggio.
“Beau ha paura” vede come protagonista Joaquin Phoenix, uno che in fatto di personaggi borderline ne sa parecchio.
Da “Joker”a “Vizio di forma”, “The master” e altro, Phoenix sembra il prescelto per interpretare un certo tipo di personalità dissociata. Quindi sembra naturale che il personaggio di Beau Wassermann sia tagliato per il suo modo attoriale.

“Beau ha paura” è il racconto dalla nascita alla morte, non si sa se oggettivo o soggettivo, eventi reali o semplicemente elaborazioni inconsci, ai margini del sogno, di un uomo di mezza età, che abita in un quartiere pieno di criminali e pazzi. Vive in costante allarme. Inoltre ha una madre, una manager di successo, che lo ricatta emotivamente. Ad un certo punto, per via di un incidente Beau si troverà costretto a compiere un viaggio suo malgrado che lo porterà in diverse circostanze….
Altro non posso dire, per evitare di incappare nello spoiler di una pellicola di due ore e cinquantanove, dove c’è davvero di tutto e di più, tra il senso della vita in genere, castrazione sessuale, influenza della donna nella vita di un certo tipo di maschio, teatro, cartoon, etc etc.

Mentre stavo cercando di fare un punto sul film di Ari Aster come sempre leggevo cosa ne pensano in giro, critici e semplici spettatori (il “semplici” non è riduttivo, anzi), “Beau ha paura”. Le recensioni sono divise, si dice che quando un film divide è già un valore per il film. Mah, io sinceramente non sono così sicuro. La divisione può dare dei frutti a chi si sofferma a leggere le due fazioni e cerca di farsi una sua idea, cercando di afferrare un senso. Però, se un critico scrive “non dovete capire, dovete lasciarvi trasportare” e invece che considerare il flusso inconscio che il film fa scaturire come via per la decifrazione ti sta dicendo che il film è un nonsense, secondo me dovrebbe smettere di scrivere di qualsivoglia cosa.

Il film di Aster ha un senso, ha una trama, parte e arriva da una parte fino a un’altra. In realtà il film due punti di partenza belli grossi li ha: la nascita e la morte. Nascita come evento traumatico, dato che prima del parto il regista ci mostra dei bagliori di luce che sembrano bombardamenti, vita come continuum dell’imprinting prenatale da parte del protagonista. Un rapporto con una madre che sin dalle prime parole sentite al momento della nascita instaura un conflitto, ha una delusione. Tra questi due punti Aster fa intraprendere al protagonista un viaggio, non si sa se tutto quello che vede è “oggettivo” o è una sua rappresentazione o un lungo sogno dal primo all’ultimo fotogramma.

Aster ce ne mette di abilità a costruire questa metafora conflittuale che si conclude con un’ennesima irresolutezza da parte del personaggio e di fallimento anche delle premesse liberatorie. Regista abile e creativo, si avvale di collaboratori di livello, tra cui il fedele direttore della fotografia Pawel Pogorzelski, capace di creare luci e ombreche ben illustrano le inquietudini dell’autore
Ma a mio parere non sa sempre controllare il materiale che ci getta addosso in quantità industriali. E così tra momenti di beatitudine, ridondanze simboliche e un certo narcisismo, mi è sembrato che “Beau ha paura” sia un film non risolto, con lampi di genio e tanta mercanzia non di prima qualità. Si potrebbe parlare di nuove vie narrative, il film è della A24, non so se definire benemerita o famigerata, si potrebbero notare tutti i frutti di un processo postmoderno che oggi si esprimono in questa nuova, differente, panopticale messinscena, in cui tutto è relativo ma questo relativismo a volte appare il più tosto dei dogmi.

Non so, che sia un interessante fallimento questo film? Non se ne esce a tasche vuote ma un po’ sballottati di qua e di là sì. È intenzione del film, certo. Ma a volte i giri del motore della barca vanno un po’ ad cazzum, ecco. Con una certa punta di misoginia e antimammismo non così di prima scelta che già Woody Allen e le sue mamme volanti o la soffocante relazione di Portnoy…insomma, letteratura sul caso ce n’è in abbondanza. Per cui il geniale finale (che a me ha fatto pensare, molto arbitrariamente, a un processo “opposto” a quello di Fellini su “La città delle donne”) chiude una vicenda fatta di alti e bassi, calibrate rese del sogno di Beau ed eccessi manieristici che forse si potevano risolvere in maniera meno tonitruante.

domenica 2 aprile 2023

NOMADLAND (id. U.S.A. 2020) regia Chloé Zaho con: Frances Mc Dormand, David Strathairn 20/05/2021 La Voce di Venezia

 Nomadland, vincitore del Leone d’oro 2020 a Venezia; Oscar 2021 miglior film, migliore regia e migliore protagonista. A tutt’oggi in testa alle classifiche del box office.

Nomadland sembra essere davvero un film figlio dei nostri tempi, tra la messa in discussione di certi modelli capitalistici, regia al femminile, alcune incertezze sul come risolversi.
Alle lodi di molti si sono affiancate le critiche di altri.
Per alcuni la Zhao sembra aver offerto un’immagine edulcorata e priva di conflitti di questa nomade per forza, vittima tra le tante della Grande Recessione del 2017, che la regista ha tratto da un libro-inchiesta di Jessica Bruder.
Capacità di uno sguardo attuale sulla realtà o rifugio in un liquido amniotico in cui il film può sembrare voler chiudersi?
Inserito in una rivisitazione dell’estetica malickiana (la regista ammette di essere una grande ammiratrice del regista di “The tree of life”) nel bene come nel male “Nomadland” presenta una visione della realtà contemporanea non così neutra come alcuni pensano.

Seguiamo i pellegrinaggi di Fern (una sempre eccellente Frances McDormand), tra un lavoro temporaneo e l’altro in grandi catene commerciali come in franchising gastronomici; il suo incontro con una comunità nomade, all’interno della quale deve imparare regole di sopravvivenza, l’economia del baratto ma anche il senso della fratellanza e la irrinunciabilità del nomadismo.
E anche l’arte di arrangiarsi in proprio, tra parcheggi notturni in stazioni di servizio, problemi di salute, manutenzione del camper/casa, da tenere come un oracolo, pena la perdita del pur precario tetto Credo alla sincerità della Zhao, credo che il suo indugiare nella magnificenza di paesaggi aspri e liberi sia autentica e ciò arrivi allo spettatore.
Ma credo anche che questo film non sia del tutto maturo. Vedi le musiche di Ludovico Einaudi che come sempre scimmiotta Michael Nyman ed edulcora l’afflato quasi mistico del film.
Credo che forse certo ondeggiare nel limbo da parte di Fern forse sì, sia un po’ troppo conciliante.
Ma che “Nomadland” sia neutrale questo non è completamente vero. Il suo essere “manifesto” risiede nella sua posizione di osservazione, nel mostrare più che proclamare.
La grande insegna “Amazon” dove Fern trova assunzioni a tempo determinato è sufficientemente eloquente nel dichiarare che sono questi i luoghi dove si cerca oggi sopravvivenza economica.
Ma è pur vero che l’abbandono finale della protagonista all’oblio delle forze della natura appare quasi una resa.Forse questi sono i punti deboli di un film che nelle sue parti migliori seduce e tocca alcune corde che riguardano tutti i “vinti”.

Di contro, appare riuscito l’inserimento di veri attori (oltre alla Mc Dormand troviamo un ottimo David Strathairn) con reali nomadi, al punto che recitazione di alta scuola e documentario diventano un tutt’uno che sta perfettamente in piedi.
Personalmente mi trovo in una via di mezzo tra chi ammira il film perché coinvolto da una sua speciale magia e chi si aspettava una più profonda riflessione a tutto campo su un disastro economico la cui ricaduta continua ancora a farsi sentire e presenta affinità anche con il nostro disagio.
Ma ciò non toglie che almeno una volta valga la pena di essere visto, tra i sì e i forse del risultato.

HUNGRY HEARTS Di Saverio Costanzo (2014) Con Alba Rohrwacher, Adam Driver, Roberta Maxwell Coppa Volpi miglior interpretazione maschile e femminile 01/02/2015 La Voce di Venezia


 Lo confesso: all’inizio mi stavo dirigendo a vedere “The imitation game”. Un po’ malvolentieri (per come possa io andare malvolentieri al cinema). Non avevo alcun pregiudizio verso il film se non che è un biopic, mia croce cinematografica. Poi una serie di contrattempi mi han fatto arrivare in ritardo per la proiezione e mi sono imbattuto nell’ultimo film di Saverio Costanzo ( sì, figlio di Maurizio Costanzo), “Hungry Hearts”, presentato all’ultima mostra del cinema di Venezia. Confesso di non esser stato al corrente della sua programmazione.

Una rapida occhiata alle pagine del sito Mymovies mi han fatto propendere per la visione; il soggetto, molto interessante, viene da un romanzo dello scrittore veneziano Marco Franzoso “Il bambino indaco”, uscito per i tipi della Einaudi nel 2012. Non ho letto questo romanzo ma mi riprometto di farlo al più presto (p.s:.: romanzo poi letto, con soddisfazione).Cosa sono i bambini “indaco”? Nel 1999 i teorici parascientifici new age Carroll e Tober individuano un’attesa nascita di una specie di bambini particolari, dotati di grande empatia e di doti di chiaroveggenza e capacità di parlare con gli angeli. I futuri bambini indaco sono un leit motiv delle teorie new age; sono una specie di Gesù Cristo.

Personalmente trovo sia una delle tante aberrazioni di moda negli ultimi decenni prodotte da quel surrogato religioso che in maniera più meno sottile accompagna la nostra epoca, così bisognosa di colmare dei vuoti spirituali, peraltro comprensibili.
Parere mio e, forse anche dell’autore; ma non mi è dato sapere. D’altra parte è altro che interessa a Costanzo (e immagino anche a Franzoso).

Questo “Hungry heatrs” può essere letto come una metafora del disagio contemporaneo di un avvento centrale (anzi, l’avvento centrale per eccellenza): la nascita di un essere umano. Ogni epoca ha visto la relazione con i bambini e con il parto in maniera differente: secoli fa, ma anche decenni fa, mettere al mondo un figlio era un evento sì magnifico ma vissuto in maniera più drastica, con tutti i pro e contro. Oggi, in occidente le cose sono cambiate; per molti versi in bene, per alcuni versi se non in male perlomeno in maniera problematica.

Il film comincia in maniera divertente: i due protagonisti, Jude e Mina (Adam Driver e Alba Rorwacher, compagna nella vita del regista) si trovano insieme per caso. Un caso decisamente bizzarro: sono bloccati in una toilette di un ristorante cinese in una città americana. Lui ha appena prodotto delle deiezioni dall’olezzo ripugnante e Mina si trova in un doppio guaio. L’espediente sembra far partire una commedia; in realtà siamo in un quasi thriller dalle sfumature polanskiane. Facile pensare a un “Rosemary’s Baby” alla rovescia. Basta una visita a una chiromante e un sogno ricorrente a mescolare le carte.Un bambino in odore di divinità, una madre iperprotettiva che crolla psichicamente. Un padre che vuole a tutti i costi salvare un bambino che ha voluto egoisticamente avere. Una suocera che si accorge di come stan le cose e aiuta il figlio a portare avanti la crescita del piccolo ospitandolo in casa sua, dopo che gli estremi portano un’avvocatessa a far realizzare a Jude quello che “tecnicamente è un rapimento” (battuta del film).Senza prolungarmi nel raccontare la trama, posso dire con tranquillità che “Hungry Hearts” non mi ha fatto rimpiangere di essere arrivato tardi al cinema.

Il film, oltre ad assumere una prospettiva di sfaccettata inquietudine, è nel complesso realizzato col giusto tono e intensità toccante e inquietante. Adam Driver (che ricordo nel magnifico “A proposito di Davis” di Joel e Ethan Coen-era il lungagnone che faceva i buffi controcanti nella scena di “Please mr. Kennedy” e in questo film canta, credo doppiato, “Tu sì na cosa grande” di Modugno) ha l’aspetto fisico giusto e la “gioventù” che compete al suo personaggio.Alba Rorwacher eccelle nel tratteggiare un personaggio claustrofobico: smunta, ossuta, non bella ma dall’attraente fragilità. Una quintessenza di certe personalità vegane e new age, tutte verdura e Amuchina. Irritante in più parti per l’ottusità della sua “vocazione” ma allo stesso tempo tenera per fragilità esibita. Egoista, senza dubbio, e malata. Il film non ha una prevenzione particolare per nuove religiosità o norme alimentari (il medico di famiglia dice che “non è un male di per sé”). Piuttosto sembra concentrarsi sui perché sottostanti a certe scelte. Così come la volontà di avere un figlio a prescindere, da parte di Jude, fa pensare a una paternità “a tutti i costi”. La figura della madre di lui farà tornare i conti, nella risoluzione finale, ai caratteri e ai perché dei personaggi.

La messinscena offre alcune soluzioni interessanti anche se un po’ didascaliche. Premesso che la camera a mano certe volte traballa un po’ troppo, nella parte centrale, in cui la situazione prende una direzione esasperata, l’uso deformante del grandangolo strizza i protagonisti in modo claustrofobico.

La Rorwacher addirittura diviene un’essere tutto testa con un corpo minuscolo e secco. Didascalico forse ma efficace. Per il resto l’immagine si controlla in una dimensione intimista e “rubata”, salvo quando negli appartamenti della madre (una casa elegante come la concepirebbe un vecchio statunitense) si irradia un controluce quasi kubrickiano.Un dubbio, un limite del film, che vorrei approfondire in questo “Hungry hearts”, che si sintetizza nel finale. Quanto equidistante è riuscito ad essere il regista? Quale tipo di femminilità ne esce? Siamo sicuri che tutto sia lasciato (come dovrebbe essere) nel dubbio? O forse le donne non ne escono del tutto con le ossa intere in questo film? I piatti della bilancia son pari o pesano meno in quello della femminilità?


venerdì 31 marzo 2023

Mommy (Xavier Dolan) 20/12/2014 La Voce di Venezia


 Verso la metà del film “Mommy”, diretto dall’enfànt prodige Xavier Dolan (26 anni e già sei film all’attivo), c’è una scena che esplicita con chiara sintesi il senso del film e la funzione del protagonista maschile, un diciassettenne con gravi disturbi dell’attenzione e incapacità di controllare gli impulsi violenti.Sull’onda fragorosa di “Wonderwall” degli Oasis, Steve veleggia sul longboard lungo un viale alberato. Braccia aperte, occhi chiusi, totale fiducia sulla sua invulnerabilità. Dietro di lui la madre e la dirimpettaia, che lo seguono amorevolmente. E’ chiaro che la malattia di Steve, il disturbo che lo imprigiona e lo libera allo stesso tempo, ha un carisma così pervasivo da unire i destini delle due protagoniste.

Per chi non lo avesse ancora visto , “Mommy” è la storia di una madre, Diane (Anne Dorval), il figlio Steve (Antoine-Olivier Pilon) e Kyla, la dirimpettaia (Suzanne Clément).
La prima è quella che oggi si definirebbe una “Cougar”, una quasi cinquantenne dal look aggressivo e giovanile, una di quelle donne cui basta un colpo di rossetto per diventare bellissime, che si barcamena da un problema all’altro mostrando un po’ di cosce, molto coraggio e una flessibilità senza fine verso ogni tipo di lavoro e verso svariate umiliazioni.

Il figlio è un’incontrollabile malato mentale, che passa dal vitalismo più acceso alla disperazione suicida in un attimo di secondo. La dirimpettaia è una insegnante timida fino alla balbuzie, in anno sabbatico.Il film ha conquistato la giuria dell’ultimo festival di Cannes, che ha insignito il regista del premio della giuria come miglior regista, in ex aequo con il grande vecchio della nouvelle vague Jean Luc Godard.

“Mommy” inscena un triangolo amoroso guidato dal daimon del disturbo psichico.

Di per sé la storia non è nulla di nuovo; capita sovente di imbatterci in film occupati a raccontarci storie vere di gente qualsiasi, raccontate con uno stile che si vuol contrabbandare come realistico. Un excursus per canali tv come La 7 o la Effe, per restare nell’ambito televisivo. O il realismo di certi programmi tematici, sempre televisivi, che mentono sull’esistenza del linguaggio nel proporre le storie della “realtà” nelle fiction che inscenano i casi veri. (“Chi l’ha visto?, more criminale, prìncipi della contraffazione del linguaggio).Il film di Dolan invece si concentra sulla messinscena, optando per soluzioni inconsuete, con immensa generosità di stile. Il regista non nasconde nulla della natura filmica; piuttosto, come ogni buon regista, la piega per imprimere forza al racconto. E di forza, in “Mommy”, ce n’è da vendere.

Le anomalie sono principalmente nel formato cinematografico; il film è girato con l’immagine che occupa solo il terzo centrale dello schermo. Una scelta, a parere di chi scrive, che ha una doppia funzione; costringere la macchina da presa ai primi e primissimi piani, impedendo allo spettatore di sfuggire all’empatia delle emozioni, non solo dolorose e descrivendo simbolicamente la claustrofobicità della situazione. Solo a un certo momento lo schermo si apre completamente, per un momento di speranza e illusione che non voglio svelare.

Oltre a ciò c’è il piacere dello sbando narrativo. Basti pensare ai momenti in cui Steve si lancia nelle sue scorribande. Vederlo volteggiare in longboard mentre rotea un carrello del supermarket, pieno di generi alimentari che si intuisce rubati, ci porta irresistibilmente a dirigerci verso la forza centrifuga della sua dimensione mentale, in un rapimento emotivo che Dolan condivide e ci fa condividere senza alcun patema di oggettività.

Scelte di genio? Non saprei. Efficace e circostanziata? Assolutamente sì.
In “Mommy” Dolan esprime acriticamente tutto il suo amore per i personaggi del film e senza dubbio per tutte le persone cui la vita obbliga ad essere speciali per forza. Una madre piena di errori alle spalle ma che sembra non crollare mai. Facilissimo amarla, anche se a prima vista sembra né più né meno che una buzzurra con tacco 15. Un figlio pazzo che proprio mentre vorresti riempirlo di pugni scopri di adorarlo come un cucciolo impaziente e ferito. Una vicina schiacciata dalla timidezza (e probabilmente da un matrimonio gelido) per cui tifi per la sua emancipazione.

Cinema dell’empatia sviluppato con stile fiammeggiante, senza troppe remore, con qualche ammiccamento e molta passione. Ma anche gran controllo e direzione degli attori, a dir poco sublimi (sarebbe da vedere in lingua originale). Non so dire se Dolan sia un nuovo genio; di certo posso dire che gli spettatori in sala escono turbati dalla visione del film. Che non fa nient’altro che ribadire il concetto che il demone della follia fa continuamente crollare ogni certezza.

INTERSTELLAR (2014) Regia: Christopher Nolan; con Matthew Mc Conaughey, Anne Hataway, Jessica Chastain,John Lithgow, Michael Caine 11/11/2014 La Voce di Venezia


 Stanley Kubrick e Andreji Tarkovski possono ancora dormire sonni tranquilli; i loro classici fantascientifici restano a tutt’oggi insuperati saggi sul linguaggio del genere e riflessioni ancora attuali relative alla condizione umana nei confronti dell’ignoto.Una misteriosa “entità”, inconoscibile e inscalfibile a forma di parallelepipedo nero (2001) o un’impalpabile “essenza” (riconducibile al Dio cristiano) che fa “risorgere” presunti fantasmi d’amore (Solaris) restano a tutt’oggi le metafore più approfondite mai realizzate in ambito fantascientifico, anche perché trascendono i limiti del genere, ricodificandoli.

Dopo “2001: odissea nello spazio” e “Solaris” nulla sarà più come prima nel mondo sci-fi, a meno che non si rigenerino codici narrativi precedenti, innestandoli con cinema di altro genere (il fantasy, il western, il giallo).
La dimesione etica, filosofica, di weltanschauung, le ipotesi utopiche/distopiche su un futuro dell’umanità, le invenzioni estetiche diventarono le nuove leggi di questo vertiginoso cambiamento nel mondo in celluloide della sci-fi, avvenuto per entrambi i registi nel 1968.

Oggi Christoper Nolan, regista da cui era legittimo aspettarsi un film di fantascienza, per molti versi ci ripropone molte tematiche contenutistiche e di linguaggio tipiche della fantascienza “adulta”.
In “Interstellar”, basato sulle teorie dello scienziato Kip Thorne abbiamo una rappresentazione della condizione umana negativa (il classico tema ecologico-politico dello sfruttamento eccessivo della terra, con conseguente crisi alimentare).
Abbiamo un viaggio attraverso e “oltre” l’infinito che porterà a delle scoperte impensabili per i limiti della mente umana.

Abbiamo il risvolto etico della vicenda, con la consapevolezza raggiunta di una quantizzazione dell’amore e delle relazioni.
Nulla di male in questo, anzi.Problemi in “Interstellar” però appaiono evidenti e ribadiscono il limite del cinema di Nolan, la cui abilità e originalità, indubbie, sembrano avere dei confini più stretti di quanto non sembri a prima vista, legati ad un eccesso di fiducia nei propri talenti. Al punto che Nolan non ha ancora girato un capolavoro ma solo dei film di “un certo livello”.

Spesso strabilianti dal punto di vista visuale e di script ma privi di quell’afflato superiore, di quella rigorosa “necessità” intellettuale tipici dei geni. Ma soprattutto, la chiave di volta per comprendere il perché della messinscena, dei pregi e dei difetti di “Interstellar” sta nel fatto che questo film doveva essere diretto da Steven Spielberg.
Allora molti conti tornano: il tema familiare e dei conflitti al suo interno. Il rapporto speciale tra “diversi” (il padre Cooper,astronauta in pensione forzata e una figlia, Murph, di precoce intelligenza), la fiducia nell’amore, qui addirittura forza quantizzabile e quinta dimensione dell’universo; il compromesso tra spettacolarità e riflessione adulta, non sempre quagliante.

Infatti, a parere di chi scrive, vedere “Interstellar” ha significato passare dalla veglia all’assopimento, sorbirsi dialoghi non sempre così appassionanti, passare dalla meraviglia al risaputo. La messinscena delle scene madri, la gigantesca onda del primo pianeta, il “tesseratto” e la magnifica ripresa dell’ingresso nel wormhole sono strabilianti ed emozionano senza necessità di 3D. Ma certi dialoghi all’interno dell’”Endurance”, certe spiegazioni scientifiche ridondanti (sulle imprecisioni rilevate da alcuni esperti io invece rispondo con Hitchcock quando disse “Io non giro documentari, giro torte), certi sentimentalismi ricattatori inficiano il risultato.

Certo è affascinante seguire le orme di una relazione così profonda tra padre e figlia, bellissima la scelta di una risurrezione del pianeta per merito di una forza prevalentemente al femminile, sia nel personaggio della Hataway, che fa la “scelta giusta” come per Murph (e le tre attrici che incarnano Murph, cioè Mackenzie Fox, Jessica Cahnstain e una anziana e sempre grande Ellen Burstyn sono un’impeccabile scelta di casting) ma come per Spielberg, anche in questo Nolan non si riesce mai a scindere l’apprezzamento dalla riserva. E’ come se avessimo davanti agli occhi un film in cui tocca gettare un po’ del bambino per liberarsi dall’acqua sporca.

Grandezza e piccineria, afflato titanico e sincerità nella fede riguardo i temi prescelti ma anche furbizia da artigiano malizioso. Che dire alla fine? Non si rimpiangono i soldi del biglietto ma è legittimo attendersi qualcosa di veramente coraggioso. Per cui il film, sulla bilancia, raggiunge una risicata sufficienza.

giovedì 30 marzo 2023

BOYHOOD (2014)regia: Richard Linklater (Orso d’argento miglior regia Festival di Berlino 2014)con: ELLAR COLTRANE, LORELAI LINKLATER, ETAN HAWKE, PATRICIA ARQUETTE

La prima impressione che mi è sorta mentre vedevo “Boyhood” e’ questa: gli attori venivano USATI. Gli attori sono sempre usati ma mai come in questo caso si usa il tempo della loro vita reale. Le rughe, i capelli, i brufoli, le acconciature.

Il film è stato girato dal 2002 al 2012 e segue, letteralmente, lo sviluppo e la crescita di Jason (Ellar Coltrane) e della sorella Samantha (Lorelai Linklater).
Buona parte del cast ha nel frattempo lavorato per altri progetti e si é via via ritrovato a scadenze regolari di un anno per il prosieguo della lavorazione.

Questo sarebbe l’aspetto “sconcertante” dell’operazione, atta non solo per creare un teaser per attirare spettatori al botteghino, irretiti da una possibile replica della fascinazione che emanano certe sperimentazioni sullo scorrere del tempo a cui ci ha abituato internet (tipo: due sorelle si fotografano ogni mattina per 12 anni et similia).

Linklater, curioso sperimentatore cinematografico con tratti vagamente nouvelle vague, in effetti segue lo svolgersi della crescita (dell’invecchiamento) di un intero cast. Sotto i riflettori almeno i due fratelli protagonisti, la madre e, in particolare modo il maschio della famiglia (famiglia per modo di dire), che ci accompagna dall’infanzia sino alla maggiore età.

In verità in questo film non succede nulla di anormale e i colpi di scena non son superiori a quelli di un plot di una comune sit-com televisiva di medio calibro. “Seven heaven” aveva più colpi di scena e più possibilità di essere parodiabile.

Linklater aveva già dimostrato di essere un autore attento a frugare nelle pieghe della sempre così poco stabile normalità. Per questo, a volte, i suoi film appaiono piani, poco affascinanti. In sala il pubblico o commentava partecipe ai sussulti e agli ostacoli di una vita normalmente americana, con madre coraggio e mariti mediamente alcoolizzati, al punto che il primo marito (che già a inizio film è separato e torna da un viaggio in Alaska per rivedere i figli) appare il miglior partito di tutti, in continua relazione con i figli, anche se sempre immaturo come un fratello maggiore e nonostante la sua iniziale poca affidabilità. Oppure si annoiava, delusa dall’aver visto un ritratto di famiglia inferiore ai colpi di scena di situazioni analoghe televisive.

Si diceva di sit com che solitamente si svolgono in più puntate. In “Boyhood” abbiamo un solo film e un film, anche nel peggiore dei casi, è o dovrebbe essere meno prosaico e privo di alcunchè di seriale, di una Fiction tv.
Dicevamo di Linklater come un Rohmer all’americana; questo presumibilmente per la scelta di certi temi narrativi legati…alla realtà più “normale” in cui, in forza di uno stile piano e antispettacolare, si dovrebbero maggiormente cogliere le deflagrazioni che irrompono anche nel più prestabilito dei tran tran.


In “Boyhood” di sconnessioni ce ne sono eccome. Le instabilità del nucleo familiare, continuamente sovvertito dalle scelte coniugali sbagliate della madre (una sempre ottima Patricia Arquette), un padre (Ethan Hawke) irresponsabile anche se comunicativo, fiero militante democratico a modo suo, che, nel più piano e maggiormente sconvolgente dei modi, Linklater ce lo propone via via sempre più conservatore; i sussulti, problemi, scoperte, iniziazioni della crescita, che è, ricordo, una crescita “vera” dato che il protagonista cresce durante la visione del film.


Un adolescente dalla sensibilità maggiormente spiccata ma “normalmente” eccezionale, con problemi esistenziali nemmeno così straordinari, che scatta foto interessanti ma non è un genio. In sottofondo un costante occhio critico verso l’America, sia che si tratti della Guerra Del Golfo o dell’11 settembre (accennati ma in momenti chiave) come nella figura dell’immigrato che da idraulico diventa direttore di ristorante e laureato, ridimensionando le problematiche esisteniali dei due ragazzi.


Al contrario del neorealismo, della nouvelle vague, della camera stylò, nulla entra in campo che sia oltre e di più di quello che nella forma classica è da decenni codificato. Non ci sono tempi morti in questo racconto sul “tempo morto” della normalità. Quello che manca è semmaiuna messinscena della morte…

Gli oggetti che entrano in scena (videogames, abiti, musica diegetica, programmi tv, premierè dell’uscita del libro di Harry Potter, etc) sono sottolineati da primi piani o messe a fuoco sonore e marcano il trascorrere degli anni.


Eppure Linklater, grazie a questi strumenti linguistici quasi d’antan riesce a sottolineare una volta di più la distanza che separa il cinema da ogni altro media.

Si è lontani anni luce dalla sindrome di iperstilizzazione che coinvolge tutti noi, specie se inseriti in un social network. Mentre la realtà si contrabbanda per un simulacro, con la fiction Linklater tenta di restituirci la “realtà” sgombra da orpelli facebookiani.


L’ultima battuta del film, “E’ l’attimo che coglie te” sembra essere una valida sintesi per questa operazione cinematografica, un “monstre film” dall’aria dimessa e vagamente malinconica, in cui alla fine, virtualità o meno, la realtà sembra comunque offrirci la stessa, talvolta magica, spesso sconsolante, ricetta.

mercoledì 29 marzo 2023

THE FABELMANS (id. U.S.A. 2022) regia: Steven Spielberg con MICHELLE WILLIAMS, SETH ROGEN, PAUL DANO, GABRIEL LA BELLE 08/01/2023 "La voce di Venezia"

 Nel corso degli ultimi anni abbiamo avuto diverse opere che o riguardavano autobiografie di registi, oppure narrazioni in cui il contesto cinematografico era almeno il brodo di coltura delle vicende narrate. In Italia c’è stato Sorrentino con “È stata la mano di Dio”; negli U.S.A. invece abbiamo avuto “C’era una volta a Hollywood” di Tarantino, oppure “Liquorice pizza” di Anderson. Giusto alcuni titoli che mi balzano alla mente. Differenti modi di approcciarsi al coming of age, alle scoperte dell’orizzonte dell’adultità, all’universo privato parallelo a quello del cinema e dello star system.Bene, ora cercherò di spiegare perché a mio parere Spielberg è riuscito a surclassare tutti questi altri film.

Se raccontiamo la trama di “The Fabelmans” ci troviamo in imbarazzo. Ciò che esce dalla nostra bocca sembra vanificarsi, assumere una inconsistenza tale che è meglio desistere perché è impossibile restituire la complessità di un film così “semplice” eppure così sottilmente articolato e fondamentalmente amaro e che, molto più degli altri citati, si sofferma sul fare cinema in maniera profonda e continua. Al punto che nemmeno di fronte allo sgretolamento delle vicende familiari della famiglia Fabelman Spielberg perde di vista la visione cinematografica (come nella memorabile scena in cui si discute sulla relazione tra genitori).

“The Fabelmans” inizia col descrivere cosa avviene e come avviene un incontro che segnerà il resto della vita di un individuo. In questo caso è il giovane Sam Fabelman, alter ego di Spielberg (Gabriel La Belle) che si scontra in tutti i sensi con una scena de “Il più grande spettacolo del mondo” di Cecil B. De Mille. Pare quasi di percepire più l’evento di un trauma che quella di una rivelazione. Riprodurre la scena in maniera casalinga è, come ben spiega mamma Mitzi (eccellente Michelle Williams), prendere il controllo di uno choc, replicarlo sino a che non si raffredda e diventa manipolabile e riproducibile infinite volte.

Spielberg non parla di genio sovrumano, di superiorità elettiva ma di individui traumatizzati. “The Fabelmans” sembra volare a briglia sciolta nel corso delle due ore e trenta; questo per la maestria di un regista che sotto l’apparente leggerezza ha messo in scena, senza perdere di vista lo spettacolo, tanto dolore e senso di perdita. Per cui le piccole grandi dis-avventure personali, fatte di incontri con zii solo apparentemente pazzi, crisi matrimoniali, malattie mentali, vicende con bulli della scuola che si accaniscono col piccolo Sam, colpevole agli occhi dei bulli californiani di essere basso ed ebreo, prime cotte, sono perennemente collegate a una parallela “messa a fuoco” a un “montaggio”, a un piegamento in forma di cinema quasi terapeutico che si scontra con la realtà che non è mai un film montato.È proprio vero: Spielberg, il mago dei sogni del cinema americano è davvero l’ultimo grande rappresentante di quella fabbrica che oggi sembra ormai estinta o che, perlomeno, sta cambiando pelle. Cosciente della necessità della finzione e contemporaneamente di una sincerità disarmante Viene da dire che anche nei film meno riusciti e in quelli dove c’era una percentuale di saccarina in eccesso, Spielberg non ci ha mai presi in giro, c’è stata sempre e comunque un’onestà, una necessità di fare film che è propria dei grandi artisti.

“The fabelmans” ci spiega il cinema di Spielberg come un libro aperto ma allo sesso tempo ci mostra cosa può essere il cinema, prima, durante e dopo la realizzazione sino a fase ultimata. Cosa entra in campo, cosa non entra, cosa non dovrebbe entrare ma purtroppo c’è(In questo senso la scoperta della relazione adulterina è quasi un contro Blow Up antonioniano). E, a questo proposito, la scena finale, che ovviamente non posso rivelare data l’entità della sorpresa, ci chiarisce tutto.

Chi ama Spielberg non potrà non amare “The fabelmans”; chi non lo ama avrà almeno modo di capirlo meglio. Per chi è giovanissimo sarà un documento che racconta esaurientemente cosa fu il cinema americano del secolo che se ne è andato. Anche qui tutto cominciò con un treno…


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