La riapertura di alcuni cinema durante il periodo estivo di questo infausto 2020, segnato dal virus, ha permesso di vedere presente nelle varie programmazioni quello che forse è finora il classico del regista sudcoreano Bong Joon-ho, autore dell’ormai celebre “Parasite”. Indubbio che il successo internazionale dovuto alla vittoria della palmares del 2019 abbia spinto i distributori a farci recuperare questo titolo nelle sale.
Un’occasione propizia e una vera soddisfazione, dato che il film è davvero molto bello. Distribuito in lingua originale in un’ottima edizione, colma un vuoto sul grande schermo
per l’autore di film ormai arcinoti come il succitato “Parasite” o “Snowpiercer”.
Uscito nel 2003 in Corea del sud, precede di quattro anni un film che gli è molto vicino, quasi un “gemello” americano; e cioè “Zodiac”, di David Fincher, del 2007.
Se non sto qui a parlar di plagio, che sarebbe un torto verso l’intelligenza artistica di Fincher, è indubbio che il film di Joon-ho abbia esercitato una considerevole influenza sul lavoro del regista di “The social network” e “Seven”. Al punto che più che cercare la polemica su debiti e crediti sarebbe più interessante esaminare due diversi modi di trattare una vicenda reale che è simile (un omicida seriale irrintracciabile porta a rovinare le vite di chi lo sta cacciando). Se l’approccio “americano” è un’analisi sulla paura quasi cartesiano, al limite in certi punti della pedanteria, quello “coreano” punta tutto sulle sensazioni emotive rappresentate con ritmo forsennato in scena e sullatipica scrittura del regista basata sullo scorrere quasi parallelo dei registri narrativi.Non abbiamo la quasi asettica America fincheriana anni 70(bordone di un raggelamento e contenimento della paura) ma una miserevole, cialtrona sud Corea di metà anni 80 in cui i poliziotti (tra i quali abbiamo uno dei tre interpretato dalla stella del cinema del sud Corea Song Kang-ho) trascendono le regole, vestono e parlano in maniera sciatta, condividono una precarietà e una situazione economica incerta se non povera.Tematica questa che pare essere un cardine del regista sudcoreano.
I sistemi usati negli interrogatori son oltre la legge (addirittura il più agitato dei poliziotti sferra dei calci volanti in maniera incontrollata) e c’è un feeling con la corruzione che è metonimia della condizione sudcoreana. Dei tre protagonisti solo uno crede nel ragionamento e nelle piste impreviste, laddove in “Zodiac” l’interpretazione dei sistemi cifrati del killer dello zodiaco (che, ricordo ,venne sospettato pure di essere il Mostro di Firenze) porta a prediligere in gran parte il sistema speculativo e la dialettica verbale tra i personaggi.
Resta che Bong Joon-ho è sorprendentemente anticipatore riguardo “Zodiac” della rappresentazione del fallimento e del riciclo di esistenze che perseveravano in una caccia ormai fine a se stessa, più ossessione personale che ricerca di giustizia. Pochi dubbi che Fincher conoscesse questo film.
E Joong-ho mette in scena con virulenza quella che è una vera e propria discesa negli inferi dei protagonisti, in cui (come poi ritroveremo in “Parasite”) c’è spazio anche per l’umorismo.
Non è necessario scegliere quale sia l’approccio migliore tra i due film. Abbiamo due diverse ciance entrambe di notevole interesse e spessore filmico. Permettetemi di dire però che per quel che mi riguarda è “Memorie di un assassino” il titolo che è riuscito a toccarmi in profondità.

Nessun commento:
Posta un commento