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domenica 26 marzo 2023

Youth La Giovinezza (2015) Paolo Sorrentino Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Madalina Ghenea, Jane Fonda 16/08/2015 La voce di Venezia

 E’ diventato davvero imbarazzante esprimere un giudizio negativo su Paolo Sorrentino; assurto a gloria nazionale grazie a un Oscar per il discusso (e discutibile) pampleth para-Felliniano “La grande bellezza”, il regista è diventato una specie di Madonna nazionale che mettere in dubbio sembra sacrilego.Una controcritica tra tutte viene rivolta a chi non condivide la visone cinematografica di Sorrentino: “noi italiani appena qualcuno vince un Oscar siamo pronti a criticarlo”. E spesso si aggiunge che dovremmo comunque sostenere chi porta a casa i risultati che fanno bello il nostro paese.

Paradosso che pochissimi avvertono: “La grande bellezza” dovrebbe, e dico dovrebbe, parlare dei mali dell’Italia, attraverso il Virgilio di turno, tale Jep Gambardella.

Ma non importa: così come il film, anche l’italiano medio (e per italiano medio non intendo dire lo spettatore comune, che magari difende Sorrentino pur avendo dormito con mezzo occhio alla visone dei suoi film ma l’establishment della critica ufficializzata, quella che di solito va da Marzullo a parlare di film o scrive su alcune testate), trova il suo cinema “poesia”, e io tremo sempre quando si usa il termine poesia. Ci vorrebbe pudore ma il pudore manca sempre in questi casi.

Benissimo; detto ciò, nel mio modesto ruolo di moviegoer, dico che l’Oscar a Sorrentino non mi intimidisce né ho alcunché per criticare il regista a scatola chiusa.
Non covo stizze personali così patologicamente radicate in me per trovare in Sorrentino un capro espiatorio. Dirò di più: ho adorato il “Divo”. Se avesse vinto l’Oscar sarei stato nel coro degli esultanti senza alcun ritegno.
Trovai “Il divo” un film che fondeva la spettacolarità con un discorso fluente, abile, centrato, grosziano, nei confronti del Politico per eccellenza. La scena in cui il gatto persiano paralizza l’Andreotti di Servillo verrà analizzata nel libro dei Ricordi cinematografici.Per cui niente mi viene in tasca a parlare negativamente del regista. Piuttosto mi viene da chiedermi come mai sia riuscito a realizzare un film di tale portata come “Il divo” e di come gli elementi qualitativi di quell’opera siano ri-diventati dei macroscopici difetti; di come il regista abbia immediatamente piegato la testa verso un cinema formato esportazione. Di come verrebbe voglia di riconsiderare Muccino dopo aver visto film catatastrofici come “This must be the place” o quest’ultimo “Youth”. E non esagero a definirli catastrofici perché chi ne va di mezzo è il cinema stesso depurato dalla funzione di arte e deputato a veicolo di furbizia e belletto.

La Grande Vanità insomma; Sorrentino pare uno di quegli La Grande Vanità insomma; Sorrentino pare uno di quegli studenti che, sapendo copiare e 

sapendo orecchiare i temi prediletti dalla letteratura Alta, conoscendo le debolezze del suo professore, vanesio quanto lui, cuce volpescamente un tema in cui vengon organizzati astutamente tutti gli ingredienti per soddisfare la vanità del docente che in questo allievo astuto ma di poca sostanza rivede un po’ se stesso e se ne compiace, come di una seconda giovinezza. Comunque, nonostante la libertà di giudizio che ho confessato in testa a questa riflessione su “Youth” devo anche fare una confessione: sono partito pieno di pregiudizi sul film. Sconfortato dai lavori seguenti “Il divo” e preallertato da un trailer che prometteva male, una locandina che era un mix di Susanna e i Vecchioni e le vecchie locandine dei film con Bombolo e Cannavale (che tempi quelli!) e da un coro di Osanna che oltretutto non han digerito la sconfitta del regista a Cannes e proprio dai fratelli Coen, fonte di ispirazione per quel bluff che fu “This must be the place” non potevo entrare in sala senza essere prevenuto. Ma in parte speravo di essere contraddetto: mi auguro sempre che quello che starò per vedere sia un bel film. Ahimè, il pronostico si è avverato. “Youth” rischia di essere il punto più basso di una già discutibile carriera d’autore.

Lo so, qualcuno potrebbe dire che il paragone con Fellini è un’ipoteca stupida e invalidante. Ma è inevitabile; Sorrentino stesso lo propone a piè sospinto. Niente di male ad avere dei maestri, son lì per quello, per essere utilizzati, scippati, aggiornati. Ma c’è differenza enorme di mezzi e di cuore tra il Grande Provinciale, poverissimo caricaturista del Marc’Aurelio, che aveva fatto della deformità lo strumento ideale per parlare, dal cuore della provincia, riguardo il nostro paese, se stesso, gli uomini e un primo della classe che non conosce affatto la dimensione del dolore di vivere ma si ferma allo spettacolo.

I corpi di Sorrentino sono epifanie atte a stupire e il cui senso nascosto è di poco spessore.
Che sia il corpo maestoso di Madalena Ghinea che passeggia sulle acque di piazza s. Marco mentre Caine annega (e manca solo la boccetta di profumo a chiudere il tutto) o la schiena da capodoglio istoriata con un tatuaggio di Marx del sosia di Maradona; la cifra di queste apparizioni ha perso ogni sapore, dato che Sorrentino finge di conoscere gli abissi dell’essere e invece li ha solo orecchiati.
Laddove in Fellini le sorprese dei volti bistrati che emergono dai fuori campo e ci guardano sono derivazioni del suo lavoro di vignettista e incursioni della follia così evidente del reale, evidente al punto di sfuggirci, in Sorrentino sono ormai cronicità di stile che stupisce lo spettatore inflazionato dall’estetica della pubblicità.

Il discorso del primo della classe che facevo prima: riproporre al medesimo docente la stessa formula. Tra vanesi ci si intende, perché rischiare? Inoltre se in Fellini c’era l’arguzia del ritrattista veloce e sagace in Sorrentino dobbiamo sorbirci mummie, corpi edonistici, carrellate lente e sontuose di maniera, silhouettes pst-post moderne coreografate secondo un’estetica di cinema risaputa e irritante.

Il Grande Tema: così come in “This must be the place” avevamo il nazismo e Pinocchio, qui abbiamo il tema dei temi: la vecchiaia, la morte conseguente, il senso della vita. Accidenti, mica bruscolini.

Bergman ci ha girato il suo capolavoro, “Il posto delle fragole”. E invece Sorrentino inventa una coppia di vecchietti, uno completamente vuoto e uno apparentemente pieno, il primo alla ricerca di scamparla dalla morte, il secondo reo di aver voluto vivere la vita elle sue contraddizioni, di sporcarsi e quindi destinato a suicidarsi (e qui si riaffaccia alla mia mente il parallelo con le vicende dei due protagonisti di “Forrest Gump” film che pare non c’entri nulla con i lavori di Sorrentino e che io, invece, per follia personale, accosto sempre).

Il Ballinger di Caine (grande sì, come sempre, non è una sorpresa) in fin dei conti è un personaggio detestabile; perché questo arido musicista di mezza tacca dovrebbe essere graziato dalla condanna di vivere? Perché, alla fine del film, i suoi peccati devon essergli rimessi? Perché mai Ballinger dovrebbe essere il tedoforo dell’amore di vivere? E perché questo film-metafora deve essere realizzato con tale linguaggio? E’ davvero “lo stile di Sorrentino”, il “Sorrentino touch”? E anche se fosse (e in parte lo è) perché dovremmo giudicarlo valido? Perché il suo sì e quello di Muccino no? anto in certi punti son completamente equivalenti (le inquadrature delle teste “pensanti” dello staff del regista-Keitel, degne de “L’ultimo bacio”, anzi peggio). E questo Sorrentino-touch perché dovrebbe essere esautorato da rampogne quando purtroppo dobbiamo sorbirci dialoghi altisonanti che nascondono una pochezza disarmante? Tra battute (ripetute) sulla prostata, paroloni per dire il Nulla, riflessioni con giovani attori californiani (il personaggio di Paul Dano è di rara inconsistenza, per non dire irritante con la sua aria di superiorità, tranne che nel colpo d’occhio di lui truccato da Hitler) che sono sparate e niente più.

Francamente non si può non ridere di una scena in cui Caine dirige le mucche, soprattutto perché laddove tra le acque di san Marco mancava il flacone del profumo, qui si percepisce l’assenza della tavoletta Milka. E non ci si può non irritare nel vedere una grande come Jane Fonda apparire in un cameo di rara prevedibilità: se ne parla per metà film di lei, della “favolosa attrice tutto genio e ignoranza”. E alla fine che abbiamo davanti agli occhi? Una Cougar sboccata che non capisce l’arte contemporanea e apre gli occhi a Keitel a colpi di “fuck!”.

Siamo nell’Arcadia dell’Ovvio. E tutto questo film è Arcadia; un mondo che non esiste, con relazioni che non esistono, un fraintendere i grandi temi e risolverli in estetica da spot. Il personaggio della figlia di Caine, la bellissima Rachel Weisz, ha paturnie da poco conto. Madalina Ghenea dovrebbe mostrare il vero volto della bellezza e invece è solo una Statua che ringalluzzisce le prostate di anziani, incorreggibili, sporcaccioni vecchietti(ma come, l’avevamo vista imbruttita apposta a metà film per farci percepire la sua intelligenza?).
E se è vero che un film sulla vecchiaia ha ben motivo di soffermarsi sulla prostata come commentare la “resurrezione” di quella di Caine, magari facendo un parallelo sul miracolo del monaco levitante? Eccetera eccetera eccetera
Che brutto peccato la vanità…


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