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giovedì 30 marzo 2023

BOYHOOD (2014)regia: Richard Linklater (Orso d’argento miglior regia Festival di Berlino 2014)con: ELLAR COLTRANE, LORELAI LINKLATER, ETAN HAWKE, PATRICIA ARQUETTE

La prima impressione che mi è sorta mentre vedevo “Boyhood” e’ questa: gli attori venivano USATI. Gli attori sono sempre usati ma mai come in questo caso si usa il tempo della loro vita reale. Le rughe, i capelli, i brufoli, le acconciature.

Il film è stato girato dal 2002 al 2012 e segue, letteralmente, lo sviluppo e la crescita di Jason (Ellar Coltrane) e della sorella Samantha (Lorelai Linklater).
Buona parte del cast ha nel frattempo lavorato per altri progetti e si é via via ritrovato a scadenze regolari di un anno per il prosieguo della lavorazione.

Questo sarebbe l’aspetto “sconcertante” dell’operazione, atta non solo per creare un teaser per attirare spettatori al botteghino, irretiti da una possibile replica della fascinazione che emanano certe sperimentazioni sullo scorrere del tempo a cui ci ha abituato internet (tipo: due sorelle si fotografano ogni mattina per 12 anni et similia).

Linklater, curioso sperimentatore cinematografico con tratti vagamente nouvelle vague, in effetti segue lo svolgersi della crescita (dell’invecchiamento) di un intero cast. Sotto i riflettori almeno i due fratelli protagonisti, la madre e, in particolare modo il maschio della famiglia (famiglia per modo di dire), che ci accompagna dall’infanzia sino alla maggiore età.

In verità in questo film non succede nulla di anormale e i colpi di scena non son superiori a quelli di un plot di una comune sit-com televisiva di medio calibro. “Seven heaven” aveva più colpi di scena e più possibilità di essere parodiabile.

Linklater aveva già dimostrato di essere un autore attento a frugare nelle pieghe della sempre così poco stabile normalità. Per questo, a volte, i suoi film appaiono piani, poco affascinanti. In sala il pubblico o commentava partecipe ai sussulti e agli ostacoli di una vita normalmente americana, con madre coraggio e mariti mediamente alcoolizzati, al punto che il primo marito (che già a inizio film è separato e torna da un viaggio in Alaska per rivedere i figli) appare il miglior partito di tutti, in continua relazione con i figli, anche se sempre immaturo come un fratello maggiore e nonostante la sua iniziale poca affidabilità. Oppure si annoiava, delusa dall’aver visto un ritratto di famiglia inferiore ai colpi di scena di situazioni analoghe televisive.

Si diceva di sit com che solitamente si svolgono in più puntate. In “Boyhood” abbiamo un solo film e un film, anche nel peggiore dei casi, è o dovrebbe essere meno prosaico e privo di alcunchè di seriale, di una Fiction tv.
Dicevamo di Linklater come un Rohmer all’americana; questo presumibilmente per la scelta di certi temi narrativi legati…alla realtà più “normale” in cui, in forza di uno stile piano e antispettacolare, si dovrebbero maggiormente cogliere le deflagrazioni che irrompono anche nel più prestabilito dei tran tran.


In “Boyhood” di sconnessioni ce ne sono eccome. Le instabilità del nucleo familiare, continuamente sovvertito dalle scelte coniugali sbagliate della madre (una sempre ottima Patricia Arquette), un padre (Ethan Hawke) irresponsabile anche se comunicativo, fiero militante democratico a modo suo, che, nel più piano e maggiormente sconvolgente dei modi, Linklater ce lo propone via via sempre più conservatore; i sussulti, problemi, scoperte, iniziazioni della crescita, che è, ricordo, una crescita “vera” dato che il protagonista cresce durante la visione del film.


Un adolescente dalla sensibilità maggiormente spiccata ma “normalmente” eccezionale, con problemi esistenziali nemmeno così straordinari, che scatta foto interessanti ma non è un genio. In sottofondo un costante occhio critico verso l’America, sia che si tratti della Guerra Del Golfo o dell’11 settembre (accennati ma in momenti chiave) come nella figura dell’immigrato che da idraulico diventa direttore di ristorante e laureato, ridimensionando le problematiche esisteniali dei due ragazzi.


Al contrario del neorealismo, della nouvelle vague, della camera stylò, nulla entra in campo che sia oltre e di più di quello che nella forma classica è da decenni codificato. Non ci sono tempi morti in questo racconto sul “tempo morto” della normalità. Quello che manca è semmaiuna messinscena della morte…

Gli oggetti che entrano in scena (videogames, abiti, musica diegetica, programmi tv, premierè dell’uscita del libro di Harry Potter, etc) sono sottolineati da primi piani o messe a fuoco sonore e marcano il trascorrere degli anni.


Eppure Linklater, grazie a questi strumenti linguistici quasi d’antan riesce a sottolineare una volta di più la distanza che separa il cinema da ogni altro media.

Si è lontani anni luce dalla sindrome di iperstilizzazione che coinvolge tutti noi, specie se inseriti in un social network. Mentre la realtà si contrabbanda per un simulacro, con la fiction Linklater tenta di restituirci la “realtà” sgombra da orpelli facebookiani.


L’ultima battuta del film, “E’ l’attimo che coglie te” sembra essere una valida sintesi per questa operazione cinematografica, un “monstre film” dall’aria dimessa e vagamente malinconica, in cui alla fine, virtualità o meno, la realtà sembra comunque offrirci la stessa, talvolta magica, spesso sconsolante, ricetta.

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