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domenica 2 aprile 2023

HUNGRY HEARTS Di Saverio Costanzo (2014) Con Alba Rohrwacher, Adam Driver, Roberta Maxwell Coppa Volpi miglior interpretazione maschile e femminile 01/02/2015 La Voce di Venezia


 Lo confesso: all’inizio mi stavo dirigendo a vedere “The imitation game”. Un po’ malvolentieri (per come possa io andare malvolentieri al cinema). Non avevo alcun pregiudizio verso il film se non che è un biopic, mia croce cinematografica. Poi una serie di contrattempi mi han fatto arrivare in ritardo per la proiezione e mi sono imbattuto nell’ultimo film di Saverio Costanzo ( sì, figlio di Maurizio Costanzo), “Hungry Hearts”, presentato all’ultima mostra del cinema di Venezia. Confesso di non esser stato al corrente della sua programmazione.

Una rapida occhiata alle pagine del sito Mymovies mi han fatto propendere per la visione; il soggetto, molto interessante, viene da un romanzo dello scrittore veneziano Marco Franzoso “Il bambino indaco”, uscito per i tipi della Einaudi nel 2012. Non ho letto questo romanzo ma mi riprometto di farlo al più presto (p.s:.: romanzo poi letto, con soddisfazione).Cosa sono i bambini “indaco”? Nel 1999 i teorici parascientifici new age Carroll e Tober individuano un’attesa nascita di una specie di bambini particolari, dotati di grande empatia e di doti di chiaroveggenza e capacità di parlare con gli angeli. I futuri bambini indaco sono un leit motiv delle teorie new age; sono una specie di Gesù Cristo.

Personalmente trovo sia una delle tante aberrazioni di moda negli ultimi decenni prodotte da quel surrogato religioso che in maniera più meno sottile accompagna la nostra epoca, così bisognosa di colmare dei vuoti spirituali, peraltro comprensibili.
Parere mio e, forse anche dell’autore; ma non mi è dato sapere. D’altra parte è altro che interessa a Costanzo (e immagino anche a Franzoso).

Questo “Hungry heatrs” può essere letto come una metafora del disagio contemporaneo di un avvento centrale (anzi, l’avvento centrale per eccellenza): la nascita di un essere umano. Ogni epoca ha visto la relazione con i bambini e con il parto in maniera differente: secoli fa, ma anche decenni fa, mettere al mondo un figlio era un evento sì magnifico ma vissuto in maniera più drastica, con tutti i pro e contro. Oggi, in occidente le cose sono cambiate; per molti versi in bene, per alcuni versi se non in male perlomeno in maniera problematica.

Il film comincia in maniera divertente: i due protagonisti, Jude e Mina (Adam Driver e Alba Rorwacher, compagna nella vita del regista) si trovano insieme per caso. Un caso decisamente bizzarro: sono bloccati in una toilette di un ristorante cinese in una città americana. Lui ha appena prodotto delle deiezioni dall’olezzo ripugnante e Mina si trova in un doppio guaio. L’espediente sembra far partire una commedia; in realtà siamo in un quasi thriller dalle sfumature polanskiane. Facile pensare a un “Rosemary’s Baby” alla rovescia. Basta una visita a una chiromante e un sogno ricorrente a mescolare le carte.Un bambino in odore di divinità, una madre iperprotettiva che crolla psichicamente. Un padre che vuole a tutti i costi salvare un bambino che ha voluto egoisticamente avere. Una suocera che si accorge di come stan le cose e aiuta il figlio a portare avanti la crescita del piccolo ospitandolo in casa sua, dopo che gli estremi portano un’avvocatessa a far realizzare a Jude quello che “tecnicamente è un rapimento” (battuta del film).Senza prolungarmi nel raccontare la trama, posso dire con tranquillità che “Hungry Hearts” non mi ha fatto rimpiangere di essere arrivato tardi al cinema.

Il film, oltre ad assumere una prospettiva di sfaccettata inquietudine, è nel complesso realizzato col giusto tono e intensità toccante e inquietante. Adam Driver (che ricordo nel magnifico “A proposito di Davis” di Joel e Ethan Coen-era il lungagnone che faceva i buffi controcanti nella scena di “Please mr. Kennedy” e in questo film canta, credo doppiato, “Tu sì na cosa grande” di Modugno) ha l’aspetto fisico giusto e la “gioventù” che compete al suo personaggio.Alba Rorwacher eccelle nel tratteggiare un personaggio claustrofobico: smunta, ossuta, non bella ma dall’attraente fragilità. Una quintessenza di certe personalità vegane e new age, tutte verdura e Amuchina. Irritante in più parti per l’ottusità della sua “vocazione” ma allo stesso tempo tenera per fragilità esibita. Egoista, senza dubbio, e malata. Il film non ha una prevenzione particolare per nuove religiosità o norme alimentari (il medico di famiglia dice che “non è un male di per sé”). Piuttosto sembra concentrarsi sui perché sottostanti a certe scelte. Così come la volontà di avere un figlio a prescindere, da parte di Jude, fa pensare a una paternità “a tutti i costi”. La figura della madre di lui farà tornare i conti, nella risoluzione finale, ai caratteri e ai perché dei personaggi.

La messinscena offre alcune soluzioni interessanti anche se un po’ didascaliche. Premesso che la camera a mano certe volte traballa un po’ troppo, nella parte centrale, in cui la situazione prende una direzione esasperata, l’uso deformante del grandangolo strizza i protagonisti in modo claustrofobico.

La Rorwacher addirittura diviene un’essere tutto testa con un corpo minuscolo e secco. Didascalico forse ma efficace. Per il resto l’immagine si controlla in una dimensione intimista e “rubata”, salvo quando negli appartamenti della madre (una casa elegante come la concepirebbe un vecchio statunitense) si irradia un controluce quasi kubrickiano.Un dubbio, un limite del film, che vorrei approfondire in questo “Hungry hearts”, che si sintetizza nel finale. Quanto equidistante è riuscito ad essere il regista? Quale tipo di femminilità ne esce? Siamo sicuri che tutto sia lasciato (come dovrebbe essere) nel dubbio? O forse le donne non ne escono del tutto con le ossa intere in questo film? I piatti della bilancia son pari o pesano meno in quello della femminilità?


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