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venerdì 31 marzo 2023

Mommy (Xavier Dolan) 20/12/2014 La Voce di Venezia


 Verso la metà del film “Mommy”, diretto dall’enfànt prodige Xavier Dolan (26 anni e già sei film all’attivo), c’è una scena che esplicita con chiara sintesi il senso del film e la funzione del protagonista maschile, un diciassettenne con gravi disturbi dell’attenzione e incapacità di controllare gli impulsi violenti.Sull’onda fragorosa di “Wonderwall” degli Oasis, Steve veleggia sul longboard lungo un viale alberato. Braccia aperte, occhi chiusi, totale fiducia sulla sua invulnerabilità. Dietro di lui la madre e la dirimpettaia, che lo seguono amorevolmente. E’ chiaro che la malattia di Steve, il disturbo che lo imprigiona e lo libera allo stesso tempo, ha un carisma così pervasivo da unire i destini delle due protagoniste.

Per chi non lo avesse ancora visto , “Mommy” è la storia di una madre, Diane (Anne Dorval), il figlio Steve (Antoine-Olivier Pilon) e Kyla, la dirimpettaia (Suzanne Clément).
La prima è quella che oggi si definirebbe una “Cougar”, una quasi cinquantenne dal look aggressivo e giovanile, una di quelle donne cui basta un colpo di rossetto per diventare bellissime, che si barcamena da un problema all’altro mostrando un po’ di cosce, molto coraggio e una flessibilità senza fine verso ogni tipo di lavoro e verso svariate umiliazioni.

Il figlio è un’incontrollabile malato mentale, che passa dal vitalismo più acceso alla disperazione suicida in un attimo di secondo. La dirimpettaia è una insegnante timida fino alla balbuzie, in anno sabbatico.Il film ha conquistato la giuria dell’ultimo festival di Cannes, che ha insignito il regista del premio della giuria come miglior regista, in ex aequo con il grande vecchio della nouvelle vague Jean Luc Godard.

“Mommy” inscena un triangolo amoroso guidato dal daimon del disturbo psichico.

Di per sé la storia non è nulla di nuovo; capita sovente di imbatterci in film occupati a raccontarci storie vere di gente qualsiasi, raccontate con uno stile che si vuol contrabbandare come realistico. Un excursus per canali tv come La 7 o la Effe, per restare nell’ambito televisivo. O il realismo di certi programmi tematici, sempre televisivi, che mentono sull’esistenza del linguaggio nel proporre le storie della “realtà” nelle fiction che inscenano i casi veri. (“Chi l’ha visto?, more criminale, prìncipi della contraffazione del linguaggio).Il film di Dolan invece si concentra sulla messinscena, optando per soluzioni inconsuete, con immensa generosità di stile. Il regista non nasconde nulla della natura filmica; piuttosto, come ogni buon regista, la piega per imprimere forza al racconto. E di forza, in “Mommy”, ce n’è da vendere.

Le anomalie sono principalmente nel formato cinematografico; il film è girato con l’immagine che occupa solo il terzo centrale dello schermo. Una scelta, a parere di chi scrive, che ha una doppia funzione; costringere la macchina da presa ai primi e primissimi piani, impedendo allo spettatore di sfuggire all’empatia delle emozioni, non solo dolorose e descrivendo simbolicamente la claustrofobicità della situazione. Solo a un certo momento lo schermo si apre completamente, per un momento di speranza e illusione che non voglio svelare.

Oltre a ciò c’è il piacere dello sbando narrativo. Basti pensare ai momenti in cui Steve si lancia nelle sue scorribande. Vederlo volteggiare in longboard mentre rotea un carrello del supermarket, pieno di generi alimentari che si intuisce rubati, ci porta irresistibilmente a dirigerci verso la forza centrifuga della sua dimensione mentale, in un rapimento emotivo che Dolan condivide e ci fa condividere senza alcun patema di oggettività.

Scelte di genio? Non saprei. Efficace e circostanziata? Assolutamente sì.
In “Mommy” Dolan esprime acriticamente tutto il suo amore per i personaggi del film e senza dubbio per tutte le persone cui la vita obbliga ad essere speciali per forza. Una madre piena di errori alle spalle ma che sembra non crollare mai. Facilissimo amarla, anche se a prima vista sembra né più né meno che una buzzurra con tacco 15. Un figlio pazzo che proprio mentre vorresti riempirlo di pugni scopri di adorarlo come un cucciolo impaziente e ferito. Una vicina schiacciata dalla timidezza (e probabilmente da un matrimonio gelido) per cui tifi per la sua emancipazione.

Cinema dell’empatia sviluppato con stile fiammeggiante, senza troppe remore, con qualche ammiccamento e molta passione. Ma anche gran controllo e direzione degli attori, a dir poco sublimi (sarebbe da vedere in lingua originale). Non so dire se Dolan sia un nuovo genio; di certo posso dire che gli spettatori in sala escono turbati dalla visione del film. Che non fa nient’altro che ribadire il concetto che il demone della follia fa continuamente crollare ogni certezza.

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